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Alcune proposte programmatiche per uscire dalla crisi

>> giovedì 13 ottobre 2011


di Paolo Raimondi, Presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà

 CRAC FINANZIARIO E MONETARIO SISTEMICO GLOBALE. Per definire un programma di stabilità e sviluppo economico nazionale è doveroso partire da una valutazione dello stato di salute dell’intero sistema economico e finanziario. Solo dei monetaristi ossessionati possono ancora fingere di non vedere che a livello mondiale l’economia reale è soffocata da un debito crescente e impagabile e da bolle speculative fuori da ogni controllo. Un solo dato: mentre il PIL mondiale si aggira sui 55.000 miliardi di dollari, anche la Banca per i Regolamenti Internazionali (BRI) di Basilea deve riconoscere che solamente i prodotti finanziari derivati Over The Counter (OTC), cioè non trattati sui mercati organizzati, ammontavano a 270.100 miliardi di dollari nel giugno 2005. La crescita di questo cancro speculativo viaggia al 25% annuo mentre l’economia è in “crescita negativa” e lo smantellamento della capacità produttiva reale è persino più rapido del crollo dei livelli di vita dolorosamente sperimentato dalla maggior parte della popolazione. Anche se l’Italia appare marginale su questi mercati speculativi, paragonata ad altri attori del mondo occidentale, i derivati OTC trattati da banche e finanziarie italiane erano 5.300 miliardi di dollari nel dicembre 2004, cioè oltre quattro volte il PIL nazionale. L’esplosione degli hedge funds ultraspeculativi che stanno acquisendo grossi settori dell’economie e delle materie prime – esclusivamente facendo leva sull’indebitamento – rappresenta un passo ulteriore verso l’abisso. Il crollo del cosiddetto “carry trade”, ovvero prestiti presi su mercati come quello del Giappone che hanno offerto finora tassi d’interesse prossimi allo zero e investiti in titoli a rischio con alto rendimento, è una seconda mina vagante che già sconvolge i cosiddetti “mercati emergenti”. Inoltre le continue minacce di guerre preventive contro l’Iran e i cosiddetti “stati canaglia”,  volute dai neoconservatori di Dick Cheney, rappresentano il più incontrollabile detonatore del collasso finanziario del sistema.
Proposte: 1) Rilanciare subito la campagna e la mobilitazione per una Nuova Bretton Woods, proposta dall’economista americano Lyndon LaRouche e sostenuta da una coalizione di forze internazionali,  per dar vita ad un nuovo sistema monetario e finanziario internazionale che sostenga lo sviluppo dell’economia reale e produttiva adottando regole che mettano fuori gioco la speculazione. Già il 6 aprile 2005 una mozione presentata dall’On. Mario Lettieri della Margherita e da altri 50 parlamentari di tutti i partiti era stata votata e sostenuta non solo dalle forze della coalizione dell’Ulivo ma anche da alcune componenti della coalizione del governo Berlusconi. La mozione impegnava il governo italiano a intraprendere tutte le iniziative necessarie a livello europeo e internazionale per convocare una nuova conferenza di Bretton Woods regolamentando i mercati finanziari e stanziando credito produttivo per lo sviluppo. 2) Tassare fortemente e subito tutti i movimenti speculativi. E’ necessaria una immediata mobilitazione di difesa della popolazione e dell’economia produttiva e contro ogni forma di speculazione, mettendo fine al falso e deviante dibattito se tassare o meno i BOT e altre forme di risparmio delle famiglie. Dopo le truffe della Parmalat, bond argentini etc, la popolazione non aspetta altro di essere chiamata a difendere il lavoro e la produzione e a combattere la speculazione. Per poter parlare di tasse occorre prima produrre reddito reale.
  
CREDITO E SOVRANITA’ MONETARIA. Una ripresa economica non può essere concepita senza massicci crediti a lungo termine e a basso tasso di interesse destinati esclusivamente all’industria ed all’agricoltura moderna ed ai progetti infrastrutturali, con un conseguente coinvolgimento del sistema produttivo delle piccole e medie industrie. Lo Stato dovrà riappropriarsi della perduta sovranità sul credito nell’interesse della comunità. La tanto esaltata indipendenza delle banche centrali si è ampiamente rivelata fallimentare in quanto queste banche si sono dedicate quasi esclusivamente al compito monetarista di controllo dell’inflazione ignorando la realtà produttiva.
Proposta: Occorre far ritorno all’idea di una  Banca Nazionale, come quella che fu concepita negli USA dal primo ministro del Tesoro Alexander Hamilton e dai padri fondatori del “Sistema Americano di Economia Politica”. Il compito primario della banca centrale è quello di essere primo mobile del credito, un fondo di investimento produttivo come doveva essere il Fondo Europeo di Sviluppo degli anni Ottanta, fautore di una politica di sviluppo e di avanzamento tecnologico e non di semplice manipolazione del tasso di sconto e di interesse. Il Giappone dovrebbe insegnare definitivamente che una mera politica monetarista, senza la spinta dello stato produttivo,  è la tomba dell’economia: infatti pur essendo a tasso zero gli investimenti produttivi del Giappone non sono cresciuti ma al contrario l’economia è rimasta stagnante.
  
TRATTATO DI MAASTRICHT  E’ oggi innegabile il fatto che il Trattato non rappresenta il culmine del processo di integrazione e di unione dei paesi della comunità europea, com’era nell’intenzione dei suoi padri fondatori, bensì la negazione dei principii stessi di Europa unita, in quanto si è rivelato una trappola strategica che ha paralizzato le capacità produttive dei paesi membri. L’incompetenza economica insita nel Trattato si manifesta esplicitamente nel fatto che gli investimenti produttivi vengano considerati meri costi di bilancio imponendo agli stati membri la camicia di forza di un automatismo dei criteri di controllo e degli sbarramenti del 3% del deficit e del 60% del debito in rapporto alla totalità del PIL. Tutto questo è inoltre gestito da una distaccata burocrazia della Banca Centrale Europea, in aperta violazione delle sovranità e delle Costituzioni  dei paesi europei. Occorre riconoscere che i dettami di Maastricht condurranno presto alla disintegrazione dell’Europa, quando, ad esempio, una Germania in gravi difficoltà economiche sarà costretta ad abdicare al ruolo di finanziatore di ultima istanza dei debiti dei paesi europei. 
Proposte: 1) Iniziare immediatamente un processo di revisione del trattato di Maastricht per ricondurre la sovranità monetaria, economica e politica dei vari paesi membri nell’alveo costituzionale. Unione europea non può essere sinonimo di delega totale ad una burocrazia astratta e spesso incompetente, bensì accordi comuni per la realizzazione di precisi progetti economici, infrastrutturali, monetari, politici, culturali a beneficio del bene comune degli stati membri e dell’Europa nel suo insieme. 2) Restituire la pienasovranità monetaria ai governi in quanto è loro prerogativa esclusiva, ridefinendo realisticamente il ruolo dell’euro e delle monete e sottomettendolo alle Costituzioni. 3) Creare un fondo per le grandi infrastrutture attraverso la creazione di crediti a sostegno degli investimenti, crediti garantiti da emissioni di titoli e obbligazioni a loro volta garantiti dagli stati europei. 
  
ENERGIA. L’Italia e l’Europa non hanno e nemmeno aspirano a ottenere una indipendenza e una sovranità energetica. Enrico Mattei aveva gettato le basi dello sviluppo economico e agroindustriale del paese proprio attraverso una politica di indipendenza e innovazione energetica. Non si tratta dell’esaurimento delle risorse terroristicamente prospettato dai fautori dell’ideologia dei “Limiti allo sviluppo”. Ma l’Europa potrebbe essere messa in ginocchio da una crisi petrolifera se, ad esempio, la cordata di Dick Cheney avrà mano libera per attaccare l’Iran, portando alle stelle il  prezzo del petrolio. Inoltre, le sfide esistenziali immediate di crescita e di sviluppo dell’intera popolazione mondiale, a cominciare dalle regioni più popolose della Cina e dell’India, esigono tecnologie molto più avanzate per la produzione di energia. L’emergenza dell’acqua a livello mondiale può essere risolta solo aumentando la disponibilità di energia. I processi di riconversione economica e industriale di vari settori verso tecnologie nuove e più efficienti sono una questione energetica. L’introduzione dell’idrogeno nei cicli di produzione è una questione di energia. La sfida quindi è come produrre tanta energia pulita necessaria, in processi di alta densità, e ai prezzi più bassi. E’ la sfida da cui dipendono le garanzie che dobbiamo dare alla crescita demografica ed alla salvaguardia dell’ambiente.
Proposte: 1) Lanciare immediatamente un programma di sviluppo dell’energia di fissione e di fusione nucleare. 2) La soluzione di una progressiva crisi dell’acqua sta nella dissalazione dell’acqua marina utilizzando l’energia nucleare prodotta da reattori a sicurezza passiva, ad alta temperatura e raffreddati a gas, con unità di potenza tra i 120 e i 200 megawatts. Sono processi che già si conoscono e che potranno essere decisamente migliorati, ma tutto dipende dalla disponibilità di energia a basso costo. 3) Reattori da 800 e più megawatts potrebbero essere utilizzati per la produzione di carburanti a base di idrogeno, una forma di energia pulita la cui produzione richiede però molta energia elettrica che può essere prodotta economicamente solo con il nucleare. La realizzazione della fusione nucleare, che non presenta problemi di sicurezza e di scorie e promette maggiori densità energetiche, dipende solamente dalla decisione strategica di sostenere le università e i centri di ricerca in modo adeguato. La ricerca nella fusione fu quasi bloccata all’inizio degli anni Settanta da interessi finanziari ed oligarchici che combinavano l’accumulazione dei profitti monetari a breve con l’utopia neomalthusiana che pretende di controllare e ridurre la popolazione mondiale. 4) Energia di fusione e acqua debbono rappresentare aree di ricerca e di grande impegno scientifico e  ideale per i giovani di oggi e di domani grazie ad un rilancio delle università e dell’ottimismo tecnologico e scientifico, come lo fu  il programma della Nuova Frontiera di JF Kennedy con il ProgettoApollo e l’esplorazione dello spazio.
   
GRANDI INFRASTRUTTURE. Lo sviluppo umano e tecnologico delle economie e dei continenti passa attraverso i grandi progetti infrastrutturali (infrastrutture “pesanti”, come trasporti, energia, comunicazione e “leggere” come ricerca, educazione e sanità). L’economia è trainata da grandi progetti che trasformano il territorio e danno risposte adeguate alle sfide sociali e future. I grandi progetti permettono di trasformare le scoperte scientifiche in nuove tecnologie da applicare ai processi economici che aumentano la produttività del lavoro umano. Le grandi infrastrutture sono la base vera dell’unità reale dell’Europa, della regione del Mediterraneo e della cooperazione dell’intero continente eurasiatico e con gli altri continenti. Sono la base solida su cui fondare il dialogo tra le civiltà e la coesistenza e collaborazione pacifica. Le grandi infrastrutture aggregano le capacità dinamiche e innovative dell’imprenditoria privata, soprattutto della piccola e media industria dei settori delle macchine utensili e delle tecnologie. Si tratta di ripensare in termini più moderni e attuali il ruolo svolto dal New Deal di grandi investimenti infrastrutturali ideato da Franklin Delano Roosevelt per far uscire l’America dalla Grande Depressione del 1929-33.
Proposte: 1) Portare a compimento il piano europeo di reti infrastrutturali introducendo programmi di realizzazione e di applicazione di nuove tecnologie d’avanguardia: ad esempio, nel settore dei trasporti, l’alta velocità e la levitazione magnetica. Adottare in questo contesto un piano di riconversione dell’industria dell’auto per la produzione di sistemi di trasporto e di auto all’idrogeno, come quello proposto negli USA dall’economista LaRouche per impedire la chiusura di Ford e General Motors, e del settore cruciale delle macchine utensili a loro collegato.
2) Assumere un ruolo attivo, di guida, nella realizzazione del Ponte di Sviluppo Eurasiatico, articolato nei corridoi di sviluppo delle nuove “vie della seta”, per partecipare con i macchinari moderni e il know how scientifico alla realizzazione di sviluppo tecnologico e crescita sociale delle vaste e popolate regioni dell’Asia.
3) Il bacino del Mediterraneo, da cui partono corridoi di sviluppo anche verso l’Africa, dovrà diventare un ponte di dialogo e di collegamenti. E’ indispensabile pensare ad una Banca di Sviluppodel Mediterraneo, con la partecipazione degli stati e dei governi interessati, per finanziare le grandi infrastrutture da definire insieme. In questo progetto l’Italia avrebbe un ruolo determinante, trasformando le autostrade del mare, da semplice vie di comunicazione a veri e propri corridoi di sviluppo tecnologico e industriale. E nel contesto di una vera modernizzazione delle comunicazioni ferroviarie e autostradali delle isole e dell’intera penisola, il Ponte di Messina assumerebbe una funzione strategica al centro del Mediterraneo. 4) L’Africa, il cui sviluppo è una questione morale cruciale per l’Europa e l’Italia, vedrebbe in un nuovo e più giusto rapporto con il Mediterraneo e l’Europa un affrancamento dalle politiche coloniali passate e presenti e una prospettiva naturale di crescita e di soluzione dei tanti problemi creati da un sottosviluppo imposto. Di fronte all’avanzamento del deserto, alla mancanza d’acqua e alla mancanza di cibo e lavoro, l’Italia potrebbe ad esempio riproporre con più forza il progetto “Transaqua” preparato quasi venti anni fa da “Bonifica” del gruppo IRI, che consentirebbe di rivoluzionare positivamente una vastissima regione centrale africana, semplicemente prelevando una modesta percentuale dell’enorme massa di acqua dolce che il fiume Zaire riversa nell’Oceano Atlantico, convogliandola attraverso un canale navigabile verso il Lago Chad che si sta rapidamente prosciugando. Quest’acqua basterebbe per l’irrigazione, la produzione di energia, fermare l’avanzata del deserto e dare lavoro e sussistenza a intere popolazioni minacciate dalle malattie e dalle carestie.

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